HR, UNO SPORCO LAVORO

Sono in auto di ritorno da un caffè con un collega/cliente che mi voluto incontrare per confidarmi la sua intenzione di abbandonare l’incarico di HR Manager presso una media azienda locale.

La causa? L’eccessiva pressione emotiva procuratagli da alcune decisioni prese in merito ad una riduzione di organici che gli sta costando il sonno ed i rapporti familiari.

Era sinceramente provato e mi ha confessato che non avrebbe retto a lungo.

… … …?

Ma che razza di mestiere faccio? Non posso non pensarci anch’io.

Eppure agli occhi degli altri le Risorse Umane sembrano essere un mondo dorato, pieno di attrattive e di possibilità, buono per chi ci sa fare con le persone e sia sufficiente saper elargire grandi sorrisi e pacche sulle spalle.

Mah…

Ho pensato e scritto spesso sulle qualità e sui requisiti necessari per operare nelle HR ma ammetto di averlo fatto forse in maniera troppo meccanica e di non aver saputo cogliere esattamente la vera essenza del mestiere.

Per inclinazione personale mi sono concentrato troppo sulle funzione di Head Hunter e sui recruiter ma allargando la platea degli operatori HR mi rendo conto che ogni singola mansione detiene caratteristiche operative diverse e deve affrontare problematiche non indifferenti dal punto di vista emotivo.

Penso ai colleghi che si occupano di RISTRUTTURAZIONI AZIENDALI dove spesso accade che i dipendenti vengano trasferiti in altra location o posizione lavorativa a loro poco consona quando non avviati addirittura verso il limbo della cassa integrazione o al licenziamento.

Licenziare, credo si tratti della peggior incombenza che chi ricopre il ruolo di HR debba affrontare nella sua carriera e nella vita.

L’impatto sociale è devastante e in alcuni casi può provocare danni irreparabili nelle famiglie e nelle vite delle persone, per questo motivo è necessario operare con assoluta integrità e correttezza rispettando la dignità di coloro che ne vengono coinvolti.

La COMPENSATION è un’altra mansione che richiede polsi saldi e mente lucida.

Spesso chi si occupa di tale compensation si ritrova a combattere con le richieste a volte poco motivate di retribuzioni ed incentivi.

Si tratta di retribuire le persone per l’esatto valore che apportano all’azienda e non di soddisfare esigenze personali, di cordata o politiche.

Purtroppo la valorizzazione del talento prevede che si investa in maniera sproporzionata nei dipendenti ma questo consente di tutelare la struttura nel suo insieme e di valorizzare il merito.

Per un talento premiato ne esistono molti che invece non riceveranno nulla oltre il dovuto e con loro necessita una comunicazione chiara sul motivo di tali scelte.

Penso poi ai colleghi delle RELAZIONI SINDACALI e alla complessità del loro operato.

Coniugare il “giusto” con le singole esigenze dei lavoratori è un’impresa colossale.

Credo che il lavoro si completi nel momento in cui si riesca ad ottenere un ambiente vivibile, corretto e conforme alla mission aziendale.

Le singole esigenze devono essere subordinate al bene comune pur garantendo i diritti di ognuno.

Ultimi ma non ultimi ho in mente i colleghi RECRUITER e della SELEZIONE di cui a merito o no mi sento incluso.

Dal 2014 esiste da qualche parte un articolo dove cerco di riassumere i passi da compiere per diventare un Head Hunter, in un altro arrivo a definire il mio lavoro come “cerchio della gioia” mentre in un altro ancora lo considero come una vera e propria storia d’amore, questo tanto per dire quanto adoro il mestiere che svolgo con dedizione e scrupolo da oltre 25 anni e quanto sia gli sia grato per le enormi soddisfazioni con le quali mi ha risarcito.

Anche nel reclutamento e nella selezione esiste però il rovescio della medaglia che consiste nel sentirsi considerati l’ago della bilancia tra un incarico professionale ben remunerato ed il baratro.

Per ogni bella notizia che comunico ad un candidato quando viene assunto tramite il mio intervento, esistono almeno altre 2 o più persone alle quali dovrò telefonare per distruggere sogni di gloria ed illusioni.

Non è piacevole ed occorre gestire la relazione con estrema lucidità spiegando che non si tratta di una esclusione in senso assoluto ma relativamente a quella posizione si è semplicemente individuato un altro candidato più in linea con le esigenze dell’azienda committente.

Come ho detto prima mi è capitato di scrivere molto su questa mansione ed almeno un paio di volte al giorno rispondo a messaggi di giovani neolaureati che mi chiedono di diventare loro mentore in quanto sono interessati a specializzarsi nelle Risorse Umane.

Quando pongo loro la domanda “Per quale motivo vorresti lavorare nelle HR?” le risposte suonano quasi sempre così “Perché amo le persone e questo ruolo mi consentirà di aiutarne molte, di trovare loro lavoro di farle crescere e migliorarsi”.

Se questa è davvero la vostra motivazione vorrei dirvi che probabilmente non dovreste arruolarvi nelle HR.

Amo le persone e questo ruolo mi consentirà di aiutarne molte, di trovare loro lavoro di farle crescere e migliorarsi”. Se questa è davvero la vostra motivazione vorrei dirvi che probabilmente non dovreste arruolarvi nelle HR.

Credo che si menta quando si dice che le Risorse Umane sono un bel posto nel quale operare, non c’è nulla di “carino” o di “simpatico” ad essere un HR.

Prima di pubblicare questo post ho preferito confrontarmi con alcuni colleghi che hanno concordato in maniera assoluta con me nell’affermare che operare nelle HR non è assolutamente una cosa bella, divertente o simpatica.

La poltrona di un HR è la più scomoda, il suo ruolo è difficile, delicato ed a volte pericoloso. Pericoloso per se stesso e per gli altri.

Non credo di poter parlare per gli altri ma posso dirvi come provo ad affrontarlo io nel tentativo di svolgerlo al meglio delle mie possibilità.

Empatia ed equilibrio.

Empatia ed equilibrio sono le due caratteristiche che perseguo nello svolgimento degli incarichi che i miei clienti mi commissionano.

Sono fermamente convinto che principalmente la caratteristica che un operatore delle HR debba detenere non sia la gentilezza, la simpatia o la cordialità ma l’empatia.

La capacità innata di percepire lo stato d’animo delle altre persone è determinante per acquisire la giusta sensibilità che consente di prendere decisioni che determineranno il loro futuro.

L’equilibrio non ultimo quello mentale è uno stato necessario per gli operatori delle HR.

Facciamo un lavoro duro ed emotivamente stressante, dove il “giusto” sostituisce sempre il “bello” o il “piacevole” e le notizie di cui spesso siamo messaggeri sono cattive notizie, ma utili al preservare le organizzazioni per le quali lavoriamo e i loro dipendenti che per merito continuano a condividerne il percorso.

Amo quello che faccio non perché sia particolarmente “bello” ma perché è straordinariamente gratificante veder crescere le aziende che mi danno fiducia, attraverso la crescita delle stesse risorse che ho contribuito ad identificare, motivare ed accompagnare nel loro precorso.

Non c’è nulla di più artistico ed artigianale di un mestiere come il nostro fatto principalmente di esperienza, emozioni e relazioni personali e mi viene da ridere quando leggo i presagi degli improbabili “Guru delle HR” che parlano di piattaforme web che sostituiranno il reclutamento o software ai quali già oggi vengono affidati i colloqui e le selezioni del personale.

Operare con giudizio, equilibrio ed empatia è quanto mi sento di consigliare oggi a chiunque si avvicini al nostro mestiere cosicché un domani possa diventare un professionista specializzano nel valorizzare la parte più UMANA delle RISORSE.

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